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Vento di burrasca incipiente
s’abbatte furioso e ringhiante,
pavidi si flettono gli alberi
e
tremano i rami percossi,
s’addossano brividi alle foglie.
In cielo onde di storni impauriti
volano in danza continua,
creano inconsueti effetti
come giochi in un monitor
che si cala nel suo stand bye.
Nere s’ammassano le nubi
a
formare barriera alla luce
e
una mitraglia divina
scarica nastri di gocce
sulla a lungo assetata terra.
Nel plumbeo muro d’acqua
che abbevera gli arsi viali
assopiscono i rumori della città
e
soltanto il rombo dei tuoni
copre il ruggir della pioggia.
Tra le zolle e l’asfalto
nascono fiumi in deriva,
si fanno tra loro impetuosi
e
scorrono via arruffando l’acque,
come capelli scossi al vento.
E’ furia che madre natura,
sazia di scorie e gonfia di livore,
in breve e tempestoso tempo,
rigetta su se stessa a farsi nuova,
a
nettar le colpe degli umani.
E
s’affiderà di nuovo al sole
per asciugare il piangere a dirotto
che nell’arsura dell’estate
violento le è scoppiato dentro,
pianto per sapersi ormai morente.

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