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L’ho lasciato lì, mentre giocava con le sue parole, quelle appena
pronunciate e quelle che mai avrebbe detto.
Le rigirava tra le mani, erano tutte le parole della sua vita. Ogni
tanto qualcuna cadeva a terra calpestata dalla gente che gli passava
accanto senza vederlo, che lo sfiorava senza toccarlo.
Parole perse per sempre.
Era di fronte a me, seduto a terra all’altro capo della strada, abiti
sdruciti ed uno sguardo perso ad inseguire l’ultimo pensiero.
L’ho visto immergersi in un ricordo e risalire annaspando in quel mare
di indifferenza umana. Ho visto una lacrima inumidire appena il bordo
delle sue ciglia.
Seduta su un gradino facevo scorrere la matita sul grande foglio bianco.
La gente mi passava accanto senza vedermi e mi sfiorava senza toccarmi.
Deve essere il destino di chi decide di sedersi a terra, ci si mimetizza
con l’asfalto e si diventa suolo da calpestare. In questo deve avermi
avvertito come una presenza più vicina a se stesso.
Sentivo tutto il peso del suo sguardo su di me e dentro di me. Osservava
i movimenti decisi di quella matita violare il candore di un foglio
bianco.
Poi la matita si fermò dopo un ultimo tratto deciso a fendere l’aria.
Riposi tutto nella borsa e con cura presi il foglio su cui avevo
disegnato per tutta la mattinata.
Attraversai la strada e mi ritrovai di fronte a quell’uomo che mi
osservava senza dire nulla.
Raccolsi a terra l’ultima parola che gli era caduta e gliela restituii.
Una parola salvata.
Poi gli consegnai il mio foglio.
Mi guardò con stupore e lo prese con una lentezza ed una delicatezza
tale da intenerirmi.
Guardò il suo ritratto, non di come era adesso ma di come i miei occhi
lo avevano immaginato in gioventù.
Vidi una lacrima scendere e percorrere i solchi di un viso segnato da
una vita non vissuta.
Poi mi guardò:
“Ero esattamente così tanti anni fa. E’ bello scendere in una
fotografia”.
L’ho lasciato lì, mentre giocava con le sue parole, quelle appena
pronunciate e quelle che mai avrebbe detto.

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