Cristina Khay

Recensione a cura di Roberto (NecroDaimon)

La libertà, si sa, è cercata da tutti, e in particolare dai poeti, che con i loro versi tentano sempre di toccare l’indicibile, di tendere verso la semplicità di un mistero che in fondo può essere solo vissuto.
Il mistero dei sentimenti, per esempio; quel qualcosa che riesce sempre a sorprenderci e che ci fa anche un po’ paura, perché di fronte all’immenso il coraggio viene sempre un po’ meno.
Il mistero stesso della vita che ci incalza come un’ansia insistente, serrando il nostro respiro e facendoci sentire simili a foglie in balia del vento.
Ed è proprio il vento un’importante costante nelle poesie di Cristina, dove la voglia di vivere fa riecheggiare il suo tuono in ogni singolo verso e dove sembra di camminare sempre sul ciglio di un precipizio che ci accoglie come l’ignoto.
Ma il sentimenti, il desiderio incondizionato, la voglia di amare e la ricerca continua della libertà non sono che la superficie delle liriche di questa poetessa. Accanto a tutto questo, infatti, possiamo evincere una grande capacità riflessiva che non risente dei legami statici di una mera razionalità, ma al contrario sembra plasmare la realtà come fosse viva argilla.
Il dinamismo continuo porta stanchezza; l’insistente vagare alla ricerca di nuovi significati non dona necessariamente una forma di felicità.
Per questo sarebbe riduttivo pensare che la poesia di Cristina sia semplicemente il messaggio di un’anima forte, che non conosce paura né rassegnazione.
Anche i dubbi e le inquietudini emergono dalle sue parole.
Perché non dobbiamo comunque dimenticarci che siamo prima di tutto degli esseri umani e sebbene sia auspicabile, da un lato, un sano problematicismo, dall’altro esso potrebbe rivelarsi un’arma a doppio taglio che ci imprigiona dentro tanti circoli viziosi.